Il filo invisibile / The Invisible Thread / El hilo invisible

Quando l’arte incontra il mondo emozionale dell’altro /

When Art Meets the Emotional World of Another / Cuando el arte se encuentra con el universo emocional del otro

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SUBLIMATERIA ha una filosofia e un linguaggio ben definiti. Sono le pietre angolari del mio modo di fare arte: la materia, la trasformazione, la stratificazione, il rapporto tra ordine e caos, ciò che emerge e ciò che rimane nascosto.

Sono il mio alfabeto.

Ma un alfabeto serve per comporre parole, non per ripetere all’infinito la stessa frase.

Da qualche tempo mi interrogo su questo: fino a che punto un artista può accogliere nell’opera il mondo emozionale di un’altra persona senza tradire il proprio linguaggio?

La mia risposta, oggi, è: molto più di quanto siamo abituati a pensare.

L’arte ha bisogno dell’altro

Non credo in un’arte completamente ermetica, isolata, costruita sull’idea del “faccio soltanto ciò che piace a me”.

Naturalmente un’opera deve nascere da una necessità autentica dell’artista. Non può essere il risultato di un calcolo destinato semplicemente a compiacere qualcuno.

Ma per me la gioia più profonda arriva quando qualcosa che nasce da me riesce a trovare un aggancio potente nell’universo emozionale di un’altra persona.

È lì che l’opera smette di essere soltanto mia.

Qualcuno la guarda e vi riconosce qualcosa che io forse non avevo neppure immaginato. Un ricordo. Un luogo. Una perdita. Un desiderio. Una sensazione difficile da nominare.

Quell’incontro non sottrae nulla all’opera. Al contrario, la completa.

Creare per qualcuno

Forse è anche per questo che amo creare opere pensando a persone specifiche.

Non intendo eseguire semplicemente ciò che mi viene richiesto. È qualcosa di molto diverso.

Le persone che si avvicinano al mio lavoro generalmente riconoscono d’istinto il linguaggio di SUBLIMATERIA. Amano la materia, le imperfezioni, le stratificazioni, le superfici che sembrano portare tracce del tempo.

Ma ognuno possiede un proprio lessico emotivo.

Quando un’opera entrerà nella casa di qualcuno, vivrà ogni giorno accanto a quella persona. Perché allora non dovrebbe contenere anche qualcosa del suo mondo?

Il mio compito non è abbandonare il mio linguaggio per parlare il suo.

È trovare il punto nel quale i nostri due linguaggi possono incontrarsi.

Portare il fuori dentro

La serie ZOE nasce anche da questa riflessione.

ZOE – Opuntia, Mistral, Amazonica

Le opere di ZOE vogliono rendere omaggio alla natura incontaminata e alla sua capacità di arricchire il patrimonio emozionale dell’uomo.

Paesaggi aspri. Orizzonti battuti dal vento. Vegetazione resistente. Acqua, roccia, terra. Luoghi nei quali la bellezza non è decorativa, ma selvaggia, imperfetta, resiliente.

ZOE cerca di creare una continuità tra l’habitat della persona e la meraviglia del fuori.

Non si tratta di riprodurre un paesaggio, ma di portarne dentro casa la memoria emotiva.

Una finestra su un giardino

Un esempio ancora più personale è il dittico FINESTRE SUL GIARDINO SEGRETO.

FRAMMENTI – Finestre sul Giardino Segreto

È un’opera che considero totalmente SUBLIMATERIA e totalmente appartenente al mondo di FRAMMENTI.

Eppure è nata pensando a una persona precisa.

Mi aveva detto, più o meno:

“Amo il mio giardino. Mi dà gioia. Vorrei che entrasse in casa.”

Quella frase è diventata un punto di partenza.

Non mi è stato chiesto di dipingere quel giardino. Non volevo rappresentarlo.

Volevo trovare un modo perché la sensazione di quel giardino — il suo essere rifugio, apertura, colore, respiro — potesse attraversare la materia ed entrare nello spazio domestico.

Il risultato appartiene al mio linguaggio, ma contiene anche una parte del suo mondo.

Ed è proprio questo che trovo affascinante.

Accogliere il mondo emozionale di un’altra persona significa tradire il proprio linguaggio?

Io credo di no.

Credo, al contrario, che possa avvicinare l’arte alla sua dimensione più profondamente umanistica.

E allora, che cos’è un portfolio coerente?

Da qui nasce per me una seconda domanda.

Quando diciamo che un artista possiede un portfolio “coerente”, che cosa intendiamo davvero?

Opere molto simili tra loro?

La stessa palette?

Lo stesso soggetto?

La stessa composizione ripetuta con variazioni?

Guardo artisti che amo e talvolta mi accorgo che i loro portfolio hanno una straordinaria continuità visiva. La riconoscibilità è immediata. In alcuni casi basta vedere pochi centimetri di un’opera per sapere chi l’ha realizzata.

È certamente una forza.

Ma mi chiedo se la coerenza debba necessariamente coincidere con la somiglianza.

Per me la risposta è no.

Il proposito prima della forma

Un portfolio può attraversare colori, materiali, dimensioni e persino registri emotivi differenti e continuare a essere profondamente coerente.

Perché esiste qualcosa che viene prima della forma.

Il proposito.

Il principio cardine dal quale le opere nascono.

Nel mio caso posso lavorare sulla natura di ZOE, sulle connessioni di ENTANGLEMENT, sui frammenti della memoria, sulle forze di SYNTROPY o sulle verità difficili di ALETHEIA.

Le opere possono apparire molto diverse.

Eppure sotto la superficie continuo a cercare la stessa cosa: il momento in cui la materia smette di essere soltanto materia e diventa portatrice di significato.

Forse è questo il filo conduttore che cerco nel mio lavoro.

Non una formula.

Non una palette.

Non la ripetizione di qualcosa che ha già funzionato.

Un principio abbastanza solido da essere riconoscibile e abbastanza vivo da potersi trasformare.

Perché forse la coerenza di un artista non consiste nel continuare a dare la stessa risposta.

Consiste nel continuare, attraverso opere diverse, a porre la stessa domanda essenziale.

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SUBLIMATERIA has a clearly defined philosophy and language. They are the cornerstones of the way I make art: matter, transformation, layering, the relationship between order and chaos, what emerges and what remains concealed.

They are my alphabet.

But an alphabet exists to create words, not to repeat the same sentence over and over again.

Lately, I have been asking myself a question: how far can an artist welcome another person’s emotional world into a work without betraying their own language?

My answer, today, is: much further than we tend to think.

Art Needs the Other

I do not believe in completely hermetic, isolated art built around the idea of “I only make what pleases me.”

Of course, a work must arise from an authentic need within the artist. It cannot simply be the result of a calculation designed to please someone else.

But for me, the deepest joy comes when something that originates within me finds a powerful connection with another person’s emotional universe.

That is the moment when the work ceases to be mine alone.

Someone looks at it and recognizes something I may never even have imagined. A memory. A place. A loss. A desire. A feeling that is difficult to name.

That encounter takes nothing away from the work.

On the contrary, it completes it.

Creating for Someone

Perhaps this is also why I love creating works with specific people in mind.

I do not mean simply executing what someone asks me to make. It is something very different.

The people who are drawn to my work generally recognize the language of SUBLIMATERIA instinctively. They respond to matter, imperfections, layers, surfaces that seem to carry traces of time.

But each of us has our own emotional vocabulary.

When a work enters someone’s home, it will live beside that person every day. Why, then, should it not contain something of their world as well?

My task is not to abandon my language in order to speak theirs.

It is to find the place where our two languages can meet.

Bringing the Outside In

The ZOE series also grew out of this reflection.

The works in ZOE pay tribute to untouched nature and to its extraordinary ability to enrich our emotional heritage.

Rugged landscapes. Wind-beaten horizons. Resilient vegetation. Water, rock, earth. Places where beauty is not decorative, but wild, imperfect and resilient.

ZOE seeks to create continuity between the space we inhabit and the wonder of the world outside.

It is not about reproducing a landscape, but about bringing its emotional memory into the home.

A Window onto a Garden

An even more personal example is the diptych WINDOWS ONTO THE SECRET GARDEN.

It is a work that I consider entirely SUBLIMATERIA and entirely part of the world of FRAGMENTS.

And yet it was created with one particular person in mind.

She told me, more or less:

“I love my garden. It gives me joy. I wish I could bring it inside my home.”

That sentence became the starting point.

I was not asked to paint that garden. Nor did I want to represent it.

I wanted to find a way for the feeling of that garden — its sense of refuge, openness, colour and breath — to pass through the material and enter the domestic space.

The result belongs to my language, but it also contains part of her world.

And this is precisely what I find so fascinating.

Does welcoming another person’s emotional world mean betraying your own artistic language?

I do not believe it does.

On the contrary, I believe it can bring art closer to its most profoundly humanistic dimension.

So What Makes a Portfolio Coherent?

This leads me to a second question.

When we say that an artist has a “coherent” portfolio, what do we really mean?

Works that look very similar?

The same colour palette?

The same subject?

The same composition repeated with variations?

I look at artists I love and sometimes notice an extraordinary visual continuity in their portfolios. Their work is instantly recognizable. In some cases, seeing only a small detail is enough to know who created it.

That is undoubtedly a strength.

But I wonder whether coherence must necessarily mean similarity.

For me, the answer is no.

Purpose Before Form

A portfolio can move through different colours, materials, dimensions and even emotional registers while remaining profoundly coherent.

Because there is something that comes before form.

Purpose.

The underlying principle from which the works originate.

In my own practice, I may explore the natural world through ZOE, connection through ENTANGLEMENT, fragments of memory, the forces of SYNTROPY, or the difficult truths confronted by ALETHEIA.

The works may look very different.

And yet, beneath the surface, I continue to search for the same thing: the moment when matter ceases to be merely matter and becomes a bearer of meaning.

Perhaps this is the thread running through my work.

Not a formula.

Not a palette.

Not the repetition of something that has already worked.

But a principle strong enough to remain recognizable and alive enough to transform.

Because perhaps an artist’s coherence does not lie in continuing to give the same answer.

It lies in continuing, through different works, to ask the same essential question.

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SUBLIMATERIA tiene una filosofía y un lenguaje claramente definidos. Son las piedras angulares de mi forma de hacer arte: la materia, la transformación, la estratificación, la relación entre orden y caos, lo que emerge y lo que permanece oculto.

Son mi alfabeto.

Pero un alfabeto sirve para construir palabras, no para repetir infinitamente la misma frase.

Desde hace algún tiempo me hago una pregunta: ¿hasta qué punto un artista puede acoger en su obra el universo emocional de otra persona sin traicionar su propio lenguaje?

Mi respuesta, hoy, es: mucho más de lo que solemos pensar.

El arte necesita al otro

No creo en un arte completamente hermético, aislado, construido alrededor de la idea de “hago únicamente lo que me gusta a mí”.

Naturalmente, una obra debe nacer de una necesidad auténtica del artista. No puede ser simplemente el resultado de un cálculo destinado a complacer a alguien.

Pero para mí, la alegría más profunda llega cuando algo que nace de mí consigue encontrar una conexión poderosa con el universo emocional de otra persona.

Es entonces cuando la obra deja de ser solamente mía.

Alguien la mira y reconoce en ella algo que quizá yo ni siquiera había imaginado. Un recuerdo. Un lugar. Una pérdida. Un deseo. Una emoción difícil de nombrar.

Ese encuentro no le quita nada a la obra.

Al contrario, la completa.

Crear para alguien

Quizá sea también por eso que me gusta crear obras pensando en personas concretas.

No me refiero simplemente a realizar aquello que alguien me pide. Es algo muy diferente.

Las personas que se acercan a mi trabajo suelen reconocer instintivamente el lenguaje de SUBLIMATERIA. Se sienten atraídas por la materia, las imperfecciones, las estratificaciones, las superficies que parecen conservar las huellas del tiempo.

Pero cada uno de nosotros posee su propio vocabulario emocional.

Cuando una obra entra en la casa de alguien, convivirá cada día con esa persona. ¿Por qué, entonces, no debería contener también algo de su mundo?

Mi tarea no consiste en abandonar mi lenguaje para hablar el suyo.

Consiste en encontrar el lugar donde nuestros dos lenguajes puedan encontrarse.

Traer el exterior hacia dentro

La serie ZOE nace también de esta reflexión.

Las obras de ZOE quieren rendir homenaje a la naturaleza intacta y a su extraordinaria capacidad para enriquecer nuestro patrimonio emocional.

Paisajes ásperos. Horizontes azotados por el viento. Vegetación resistente. Agua, roca, tierra. Lugares en los que la belleza no es decorativa, sino salvaje, imperfecta y resiliente.

ZOE busca crear una continuidad entre el espacio que habitamos y la maravilla del mundo exterior.

No se trata de reproducir un paisaje, sino de llevar al interior de una casa su memoria emocional.

Una ventana hacia un jardín

Un ejemplo aún más personal es el díptico VENTANAS AL JARDÍN SECRETO.

Es una obra que considero cien por cien SUBLIMATERIA y plenamente perteneciente al universo de FRAGMENTOS.

Y, sin embargo, nació pensando en una persona concreta.

Me dijo, más o menos:

“Amo mi jardín. Me da alegría. Me gustaría que entrara en casa.”

Aquella frase se convirtió en el punto de partida.

No me pidió que pintara ese jardín. Tampoco yo quería representarlo.

Quería encontrar una manera de hacer que la sensación de ese jardín — su capacidad de ser refugio, apertura, color y respiración — atravesara la materia y entrara en el espacio doméstico.

El resultado pertenece a mi lenguaje, pero contiene también una parte de su mundo.

Y eso es precisamente lo que me resulta tan fascinante.

¿Acoger el universo emocional de otra persona significa traicionar el propio lenguaje artístico?

Yo creo que no.

Al contrario, creo que puede acercar el arte a su dimensión más profundamente humanista.

Entonces, ¿qué hace coherente un portfolio?

De aquí nace para mí una segunda pregunta.

Cuando decimos que un artista posee un portfolio “coherente”, ¿qué queremos decir realmente?

¿Obras muy parecidas entre sí?

¿La misma paleta de colores?

¿El mismo tema?

¿La misma composición repetida con variaciones?

Observo a artistas que admiro y a veces encuentro en sus portfolios una extraordinaria continuidad visual. Su obra se reconoce inmediatamente. En algunos casos basta con ver un pequeño fragmento para saber quién la ha creado.

Sin duda, eso es una fortaleza.

Pero me pregunto si la coherencia debe coincidir necesariamente con la semejanza.

Para mí, la respuesta es no.

El propósito antes que la forma

Un portfolio puede atravesar colores, materiales, dimensiones e incluso registros emocionales diferentes y seguir siendo profundamente coherente.

Porque hay algo que existe antes que la forma.

El propósito.

El principio fundamental del que nacen las obras.

En mi trabajo puedo explorar la naturaleza a través de ZOE, las conexiones de ENTANGLEMENT, los fragmentos de la memoria, las fuerzas de SYNTROPY o las verdades difíciles de ALETHEIA.

Las obras pueden parecer muy diferentes.

Y, sin embargo, bajo la superficie sigo buscando lo mismo: el momento en que la materia deja de ser simplemente materia y se convierte en portadora de significado.

Quizá sea este el hilo conductor que atraviesa mi trabajo.

No una fórmula.

No una paleta.

No la repetición de algo que ya ha funcionado.

Sino un principio lo suficientemente sólido como para seguir siendo reconocible y lo suficientemente vivo como para poder transformarse.

Porque quizá la coherencia de un artista no consista en seguir dando siempre la misma respuesta.

Consista en seguir, a través de obras diferentes, planteando la misma pregunta esencial.

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